Non è ancora on-line; ma non ho saputo resistere alla tentazione di postare 'l'Amaca' di Michele Serra di oggi.
Dunque: OCR, copia-incolla e il gioco è fatto...
'Ogni grave e doverosa riflessione sulla mancata accettazione delle liste del Pdl nelle due principali regioni italiane, stenta a prendere corpo ove si ascolti l'intervista di Repubblica tivù (un vero scoop, complimenti) al signor Milioni, incaricato romano del centrodestra presso gli uffici elettorali. In vernacolo stretto ("so annato a pija', nun ze poteva ffà", eccetera), Milioni, una specie di Martufello appena più urbanizzato, cerca di spiegare soprattutto a se stesso cosa diavolo sia successo. Secondo la versione più accattivante (la sua), a fargli perdere tempo è stata la tentazione di uno spuntino: e qui siamo in pieno Ruzante, o per stare ai tempi nostri siamo a Ciccio, l'assistente di Nonna Papera. Altri sospettano che Milioni, anzi Mijoni, sia uscito dal fatidico ufficio per qualche manfrina dell'ultimo momento, al riparo dello sguardo vigile del suo compagno (ma non compare) di partito, un tizio di An. Come sia, come non sia, la frittata era fatta, anche con l'ausilio di quegli ammirevoli rompicoglioni dei radicali che hanno cercato di boicottare il rientro (in ritardo, dunque illegittimo) del sor Mijoni nel fatidico ufficio. Colonna sonora: qualcosa di Renato Rascel, o anche uno stornello sul Frascati. Applausi.' MICHELE SERRA
voster semper voster
Visualizzazione post con etichetta Michele Serra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michele Serra. Mostra tutti i post
martedì 2 marzo 2010
mercoledì 2 dicembre 2009
parenti serpenti?
mercoledì 2 dicembre 2009
0
About il referendum sui minareti in svizzera, l'amaca di Michele Serra di lunedì:"Nella sua pur dotta difesa del veto svizzero ai minareti, lo studioso cattolico Vittorio Messori ci concede (senza volerlo) un attimo di schietto buonumore. Accade quando Messori, evocando la storia svizzera nonché europea, rammenta che «la convivenza non è sempre stata idilliaca e ancora a metà dell' Ottocento papisti, calvinisti, zwingliani, luterani si affrontarono duramente in armi. Cose gravi ma comunque tra cristiani che pregano lo stesso Dio e leggono la stessa Bibbia: una guerra, ma in famiglia». Effettivamente, tra cristiani ci si è scannati per secoli con sistematico entusiasmo. Ma, spiega Messori, pregando lo stesso Dio. Vuoi mettere la differenza? Vuoi mettere quanto è sgradevole il colpo di scimitarra del saracino appena sbarcato dal suo naviglio, e quanto è confortante e "familiare" farsi sgozzare - in quanto eretico, o di confessione non conforme - da uno della valle accanto, che si fa il segno della croce proprio come te? Oppure ardere sul rogo per mano di presulia noi prossimi, piuttosto che farsi impalare dai turchi? Il fatto che ci si massacri nel nome dello stesso Dio e dello stesso Libro a me pareva, tutto sommato, un' aggravante (i "futili motivi"?). Ma non avevo ancora letto Messori."
E mi viene di concludere citando l'Orson Welles de 'Il terzo uomo':
"Sai che diceva quel tale? In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto assassini, guerre, terrore e massacri e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e di democrazia e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù."
voster semper voster
nell'illustrazione, il vivace ma pacifico scambio di idee tra concittadini il giorno di Saint-Barthélemy a Parigi
post-it:
Michele Serra,
religioni,
satira,
tempi duri
giovedì 10 settembre 2009
un passo indietro, due avanti
giovedì 10 settembre 2009
0
Ben venga (???) la crisi se serve almeno a ridurre sprechi, eccessi e... cemento.Ero molto scettico nei confronti dell'Expo 2015, che temevo potesse diventare uno scatolone vuoto (ma fatto di cemento!) e concepito con spirito Ottocentesco.
Il nuovo masterplan di Boeri (e altri) lo trovo invece concettualmente bello, e ardito.
Come sempre (o quasi) mi capita, sono in piena sintonia con quanto espresso da Michele Serra, su Repubblica di oggi:
"Sull'Expo di Milano grava la parola 'ridimensionamento'.
Il piano (sulla carta molto bello) presentato dagli architetti prevede orti, acque, luci, vetri, verde, spazio, cascinali restituiti alla città, ma pochissimo cemento. Essendo il cemento l'unità di misura del Moderno - anche se è un Moderno che puzza di muffa - le autorità preposte si sentono punte nell'orgoglio da quella parola - ridimensionamento - che metterebbe in discussione la grandeur progettuale meneghina. Né l'opposizione, almeno per adesso, mostra di sapersi distinguere: dice anche lei 'ridimensionamento', e lo dice come capo d'accusa.
Ci sarebbe piuttosto da festeggiare. Di ridimensionarci avremmo bisogno un po' tutti, chi più chi meno. Ridimensionare ambizioni, presunzioni, impatti, progetti, spese, megalomanie, pretese, apparenze. Fare finalmente di necessità virtù, mettere la museruola agli appetiti insaziabili degli speculatori, concentrarsi sui vuoti piuttosto che sui pieni, godersi gli spazi senza l'ansia di riempirli (horror vacui). Ma forse quella del ridimensionamento è una scommessa troppo moderna per la vecchia Milano. Né il centrodestra, con il leader non ridimensionabile che si ritrova, sembra attrezzato per cogliere la novità."
Ci sarebbe piuttosto da festeggiare. Di ridimensionarci avremmo bisogno un po' tutti, chi più chi meno. Ridimensionare ambizioni, presunzioni, impatti, progetti, spese, megalomanie, pretese, apparenze. Fare finalmente di necessità virtù, mettere la museruola agli appetiti insaziabili degli speculatori, concentrarsi sui vuoti piuttosto che sui pieni, godersi gli spazi senza l'ansia di riempirli (horror vacui). Ma forse quella del ridimensionamento è una scommessa troppo moderna per la vecchia Milano. Né il centrodestra, con il leader non ridimensionabile che si ritrova, sembra attrezzato per cogliere la novità."
voster semper voster
post-it:
architettura,
Michele Serra,
Milano,
stagioni
venerdì 28 agosto 2009
Autogrill
venerdì 28 agosto 2009
0
In questi ultimi giorni mi sono sempre stropicciato 'le orecchie' quando sentivo nei tiggì di questa vicenda, e del soprannome -molto romanesco a dire il vero, tra 'er patata', 'er trucido', 'er lasagna'- del colpevole: 'svastichella'. Sembra, detto così in tivvù, più il nome di un panino (tipo 'rustichella') che quello di un uomo che 'rivendica' la propria appartenenza politico-culturale... ma oramai anche la svastica è così distante nel tempo -o forse, invece, è così drammaticamente quotidiana- da poterci permettere di trattarla con disincantata leggerezza. Come sempre sono d'accordo con Michele Serra su Repubblica di oggi:Il nomignolo di «Svastichella», a leggerlo e a sentirlo, lascia interdetti. E' il nome di un nazista ma anche il nome di un buffone. Ha una radice tragica e orribile, che evoca lo sterminio, ma una confezione quasi allegra, da maschera popolare, Svastichella come Sganapino o Brighella. Rivela l'osceno cinismo con il quale una plebe trucida e stupida maneggia un Male del quale nemmeno indovina i connotati: è già da lunghi anni che nelle curve dell'Olimpico la svastica è una Svastichella, un gadget gaglioffo, un tatuaggio, uno sghignazzo, è già da molti anni che il razzismo e l'omofobia sono materia da marciapiede, pestaggi, cori sbraitati dal branco, coltellate a chi capita, ma in fondo solo «pe' divertisse», per tirare la giornata. Questa capacità, tutta italiana, di rendere cialtrona anche la tragedia è perfettamente espressa dallo Svastichella quando si scopre che è «seminfermo di mente», a lui l'ha rovinato la psiche, come in un film di Sordi, e dunque ha sempre evitato la galera. Quanto fascio e quanto cialtrone non è dato sapere. Diciamo solo che entrambi gli ingredienti dell'impasto, molto nostrano, lo rendono disgustoso in pari misura. -Michele Serra- l'amaca.
voster semper voster
post-it:
giornalismo,
Michele Serra,
politica,
razzismo,
tempi duri,
tivvù
giovedì 7 maggio 2009
Uno dei pochi
giovedì 7 maggio 2009
1
... che ha il coraggio di dire quello che altri non vogliono dire (e vedere, e commentare, e approfondire). Michele Serra nell'amaca di ieri:
Adesso anche l' "Avvenire", voce dei vescovi italiani, scrive che «la stoffa umana di un leader, il suo stile e i suoi valori non sono indifferenti». E anche giornali e commentatori di solito tetragoni alla questione si pongono qualche salubre domanda sulla mancanza di senso del limite del premier. Benvenuti, ragazzi. Ma che amarezza scoprire, una volta di più, quanto tempo è stato necessario (e quanto altro ce ne vorrà ancora) perché il cosiddetto "antiberlusconismo" fosse inteso nella sua ineludibile sostanza. L'ostilità politica ne è certamente un ingrediente (del quale, in democrazia, non è obbligatorio scusarsi. Tra l'altro). Ma il suo ingrediente costitutivo NON è politico, è civile e etico. È il sentimento di umiliazione per i modi e i toni, per il servilismo della claque, per il codazzo di girls, per l'ostentazione di denaro e di potere, per lo stile greve, i regali indecorosi, il dileggio al quale si è sottoposti, come italiani, appena fuori dai confini. Il vero, fatale errore di noi "antiberlusconiani" è stato non far capire che destra e sinistra, in questa faccenda, c'entravano relativamente. C'entrava di più quella parola sacra ai giusti, "limite", che a Berlusconi fa lo stesso effetto che la kryptonite fa a Superman. Quel limite (della giovinezza, del potere, dell' arbitrio umano) che terrorizza Berlusconi ma è la porta d'ingresso della dignità.
voster semper voster
Adesso anche l' "Avvenire", voce dei vescovi italiani, scrive che «la stoffa umana di un leader, il suo stile e i suoi valori non sono indifferenti». E anche giornali e commentatori di solito tetragoni alla questione si pongono qualche salubre domanda sulla mancanza di senso del limite del premier. Benvenuti, ragazzi. Ma che amarezza scoprire, una volta di più, quanto tempo è stato necessario (e quanto altro ce ne vorrà ancora) perché il cosiddetto "antiberlusconismo" fosse inteso nella sua ineludibile sostanza. L'ostilità politica ne è certamente un ingrediente (del quale, in democrazia, non è obbligatorio scusarsi. Tra l'altro). Ma il suo ingrediente costitutivo NON è politico, è civile e etico. È il sentimento di umiliazione per i modi e i toni, per il servilismo della claque, per il codazzo di girls, per l'ostentazione di denaro e di potere, per lo stile greve, i regali indecorosi, il dileggio al quale si è sottoposti, come italiani, appena fuori dai confini. Il vero, fatale errore di noi "antiberlusconiani" è stato non far capire che destra e sinistra, in questa faccenda, c'entravano relativamente. C'entrava di più quella parola sacra ai giusti, "limite", che a Berlusconi fa lo stesso effetto che la kryptonite fa a Superman. Quel limite (della giovinezza, del potere, dell' arbitrio umano) che terrorizza Berlusconi ma è la porta d'ingresso della dignità.
voster semper voster
post-it:
Michele Serra,
Silvio IV,
società,
stagioni
mercoledì 14 maggio 2008
interismi, isterismi...
mercoledì 14 maggio 2008
0
Oggi pubblico l'articolo di Michele Serra apparso ieri su Repubblica:
Dottor Inter e mister Hyde
Sebbene le squadre di calcio, grosso modo, si rassomiglino tutte, ogni tifoso ama colorire la sua comunissima passione di sfumature eccezionali. Forse per giustificare la matrice infantile del tifo (si diventa tifoso da bambino, per mano al padre), per sdoganare la puerilità di questa simil-fede, la si corrobora con gli anni di pagine tempestose, drammatiche e dunque adulte. La frase fatta, e molto detta, è "nessuno soffre come noi... (riempire i puntini)". Quasi che l'indice di sofferenza, come nell'eros romantico, fosse anche indice di intensità sublime, dell'amour fou, di invidiabile dissipazione. Però bisogna ammettere che noi interisti, nel campo delle coloriture romanzesche, possiamo davvero godere di una condizione privilegiata. La squadra, come certe bellissime dame tisiche o amanti perdute del melodramma, ha una indubbia vocazione alla disgrazia. Vocazione incrementata - va detto - durante la favolosa gestione Moratti, che ha di molto enfatizzato lo scenario del dramma, spargendo oro e broccati preziosi in misura zeffirelliana. E da che mondo è mondo il patimento dei ricchi è uno spettacolo molto popolare, che attira lacrime (e pernacchie) in misura direttamente proporzionale al reddito di colei che giace, pallida e inutilmente amata. In questo senso il 2008 promette di essere, per l'interismo, un anno perfetto. Non il primo e certamente non l'ultimo, ma uno dei più memorabili. Dopo le prove di autospegnimento nel derby milanese, perduto contro una squadra di anziani per un inceppo mentale durato una settantina di minuti, l'Inter ha perfezionato la sua voluttà di morte (sportiva) centrando un nefasto pareggio casalingo con il valoroso Siena, che tirando due volte in porta ha impattato i trecento inutili e sfortunati assalti dei nerazzurri. Indubbia scena madre il rigore prima estorto (all'arbitro e ai compagni) da Materazzi, e poi tirato in pancia al portiere mentre l'intera tribuna d' onore collassava, muta e inorridita, e la curva inveiva come il loggione dopo la peggiore stecca. Ci fosse ancora Brera, credo non gli sarebbe sfuggito l'aspetto da hidalgo di Massimo Moratti, il cui volto cervantesco, perfino quando sorride, sembra esprimere nobili lampi di sconfitta. Il presidente è perfetto interprete del noir-azzurro, Milano ha un lato spagnolesco meno evidente di quello nordico-luterano, ma radicato nei secoli, manzoniano e doloroso, annidato negli androni neri e nelle anguste strade patrizie del centro storico. San Siro, quando gioca l'Inter, perde il brillio entusiasta e diavolesco del rosso milanista, diventa un catino ombroso, spesso anche adombrato, il catino che riflette e raccoglie l'incertezza degli umori celesti, mezzo azzurri mezzo neri. E a proposito di nero non sarà mica un caso che le due grandi Inter della storia (quella di Moratti padre e, checché se ne dica, questa di Moratti figlio) inzuppano nel nero petrolio la loro lauta pagnotta. In ogni modo, e per farla corta (il tifoso, quando comincia a blaterare dei suoi casi, non la smetterebbe più): dopo un campionato in solitaria fuga, una squadra così forte da resistere anche al crocchio delle ossa di molti suoi campioni, così altera da infischiarsene anche delle maldicenze provinciali sugli arbitraggi, così solida da poter rinunciare anche ai due pezzi da novanta di difesa e attacco (Cordoba e Ibra), così avveduta da rispedire lo sciamannato Adriano a fare i bagordi a casa sua, ora rischia seriamente di cadere sul filo del traguardo come l'ultimo dei maratoneti sfiatati, dando via libera alla brava Roma di De Rossi e Totti e soprattutto del professor Spalletti, il cui italiano perfetto e acuto onora oltre il lecito l'ambiente calcistico nel suo complesso. Il traguardo è a Parma, sede melodrammatica e dunque congrua, dove l'Inter, domenica prossima, affronterà ancora una volta l'Inter, il suo avversario più temuto, il suo Hyde. L'intero direttorio di demoni che possiedono la squadra uscirà dallo spogliatoio all'unisono, ogni giocatore nerazzurro avrà accanto il suo doppio suicida. Folate di paura, scariche di insicurezza bruceranno adrenalina e consumeranno le notti di vigilia. Beghe di spogliatoio riaffioreranno come le macchie dell'intonaco. Il respiro di tutto il mondo interista, nelle case, allo stadio, in automobile con la radio accesa, sarà mozzo come sempre. Un palo, una slogatura, un cartellino giallo, un refolo di vento tengono appeso a un filo il destino della adorabile isterica. La gloria, se ci sarà, avrà la gioia supplementare dello scampato pericolo. Il lutto, se ci sarà, sarà comunque ostentato con la nostra solita, stolta fierezza sul nero della maglia. Adelante, Inter. -
MICHELE SERRA (Repubblica — 13 maggio 2008)
voster semper voster
Dottor Inter e mister Hyde
Sebbene le squadre di calcio, grosso modo, si rassomiglino tutte, ogni tifoso ama colorire la sua comunissima passione di sfumature eccezionali. Forse per giustificare la matrice infantile del tifo (si diventa tifoso da bambino, per mano al padre), per sdoganare la puerilità di questa simil-fede, la si corrobora con gli anni di pagine tempestose, drammatiche e dunque adulte. La frase fatta, e molto detta, è "nessuno soffre come noi... (riempire i puntini)". Quasi che l'indice di sofferenza, come nell'eros romantico, fosse anche indice di intensità sublime, dell'amour fou, di invidiabile dissipazione. Però bisogna ammettere che noi interisti, nel campo delle coloriture romanzesche, possiamo davvero godere di una condizione privilegiata. La squadra, come certe bellissime dame tisiche o amanti perdute del melodramma, ha una indubbia vocazione alla disgrazia. Vocazione incrementata - va detto - durante la favolosa gestione Moratti, che ha di molto enfatizzato lo scenario del dramma, spargendo oro e broccati preziosi in misura zeffirelliana. E da che mondo è mondo il patimento dei ricchi è uno spettacolo molto popolare, che attira lacrime (e pernacchie) in misura direttamente proporzionale al reddito di colei che giace, pallida e inutilmente amata. In questo senso il 2008 promette di essere, per l'interismo, un anno perfetto. Non il primo e certamente non l'ultimo, ma uno dei più memorabili. Dopo le prove di autospegnimento nel derby milanese, perduto contro una squadra di anziani per un inceppo mentale durato una settantina di minuti, l'Inter ha perfezionato la sua voluttà di morte (sportiva) centrando un nefasto pareggio casalingo con il valoroso Siena, che tirando due volte in porta ha impattato i trecento inutili e sfortunati assalti dei nerazzurri. Indubbia scena madre il rigore prima estorto (all'arbitro e ai compagni) da Materazzi, e poi tirato in pancia al portiere mentre l'intera tribuna d' onore collassava, muta e inorridita, e la curva inveiva come il loggione dopo la peggiore stecca. Ci fosse ancora Brera, credo non gli sarebbe sfuggito l'aspetto da hidalgo di Massimo Moratti, il cui volto cervantesco, perfino quando sorride, sembra esprimere nobili lampi di sconfitta. Il presidente è perfetto interprete del noir-azzurro, Milano ha un lato spagnolesco meno evidente di quello nordico-luterano, ma radicato nei secoli, manzoniano e doloroso, annidato negli androni neri e nelle anguste strade patrizie del centro storico. San Siro, quando gioca l'Inter, perde il brillio entusiasta e diavolesco del rosso milanista, diventa un catino ombroso, spesso anche adombrato, il catino che riflette e raccoglie l'incertezza degli umori celesti, mezzo azzurri mezzo neri. E a proposito di nero non sarà mica un caso che le due grandi Inter della storia (quella di Moratti padre e, checché se ne dica, questa di Moratti figlio) inzuppano nel nero petrolio la loro lauta pagnotta. In ogni modo, e per farla corta (il tifoso, quando comincia a blaterare dei suoi casi, non la smetterebbe più): dopo un campionato in solitaria fuga, una squadra così forte da resistere anche al crocchio delle ossa di molti suoi campioni, così altera da infischiarsene anche delle maldicenze provinciali sugli arbitraggi, così solida da poter rinunciare anche ai due pezzi da novanta di difesa e attacco (Cordoba e Ibra), così avveduta da rispedire lo sciamannato Adriano a fare i bagordi a casa sua, ora rischia seriamente di cadere sul filo del traguardo come l'ultimo dei maratoneti sfiatati, dando via libera alla brava Roma di De Rossi e Totti e soprattutto del professor Spalletti, il cui italiano perfetto e acuto onora oltre il lecito l'ambiente calcistico nel suo complesso. Il traguardo è a Parma, sede melodrammatica e dunque congrua, dove l'Inter, domenica prossima, affronterà ancora una volta l'Inter, il suo avversario più temuto, il suo Hyde. L'intero direttorio di demoni che possiedono la squadra uscirà dallo spogliatoio all'unisono, ogni giocatore nerazzurro avrà accanto il suo doppio suicida. Folate di paura, scariche di insicurezza bruceranno adrenalina e consumeranno le notti di vigilia. Beghe di spogliatoio riaffioreranno come le macchie dell'intonaco. Il respiro di tutto il mondo interista, nelle case, allo stadio, in automobile con la radio accesa, sarà mozzo come sempre. Un palo, una slogatura, un cartellino giallo, un refolo di vento tengono appeso a un filo il destino della adorabile isterica. La gloria, se ci sarà, avrà la gioia supplementare dello scampato pericolo. Il lutto, se ci sarà, sarà comunque ostentato con la nostra solita, stolta fierezza sul nero della maglia. Adelante, Inter. -
MICHELE SERRA (Repubblica — 13 maggio 2008)
voster semper voster
post-it:
interismi,
Michele Serra,
Tafazzi
Iscriviti a:
Commenti (Atom)

